Pensieri in Azione Archivi - Poesia in Azione
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il valore sociale della poesia

Nel perdersi tra le parole, le espressioni, nella ricerca di chiarezza, di quel che abbiamo dentro, di quel che abbiamo a metà strada, che ci attraversa, che ci sposta a spallate, non trovo spesso il modo di dire le cose più semplici. Cose che la mia pancia sa benissimo ed è in grado di dire con un grugnito, un torcersi di budella, un semplice nodo, un pugno di farfalle, che la mia bocca non sa, la maggior parte delle volte, proprio pronunciare.

Mi arrovello, divento di pietra, le braccia dure, le mascelle dure, divento una cosa. Ma non una cosa qualunque che sta. Una cosa dura che soffre.

E per quanto metta in moto tutte le cellule, quelle che uso spesso, quelle che uso a volte, pure quelle che non ho mai usato, non ne esce nemmeno una virgola di pausa.

E per quanto rifiuti ogni giorno tutto quel che astrattamente finora non mi ha dato un briciolo di chiarezza non posso fare a meno che affidarmi ad un linguaggio fatto di parole.

Le parole lo so, fanno male e creano confusione, le parole sono tempo perso quando dovresti solo agire, le parole sono giochi per bambini cresciuti a girare in tondo su se stessi.

Ci sono le parole così e ci sono alcune parole, poche, spezzoni, sillabe uscite con calma o come parti dolorosissimi, calcoli renali della funzione espressiva che colgono quel nodo come nient’altro.

La poesia è questa lingua. Non tutta certo. Ci sono libroni che mi mandano proprio in bestia da quanto poco mi sanno dire. 

Ma nella poesia ci sono sassolini colorati che se li cogli dicono tutto. Semplificano dove c’è da semplificare. Tagliano le barbose barbe lunghissime dei girotondisti. Ci sono frasi che ti salvano, frasi che ti impantanano, lettere che ti catapultano avanti mille anni dal tuo preistorico pensare a niente. La poesia è un valore sociale quando ti prende e ti porta esattamente dove dovresti essere col minimo dello sforzo e il massimo della purezza.

“quello che ora mi spaventa

un giorno sarà polvere.

La vita continua a crescere nell’universo,

l’amore fiorisce da qualche altra parte.”

di Claudia Fofi, è una di queste frasi, è una specie di guanto concettuale. Non conosco un modo più semplice per dire questa cosa, la fine di un amore, lo sciogliersi della speranza, l’universo che continua a girare nonostante il nostro dolore, un macigno nello stomaco ma un granello nel tutto.

Oppure,

“Abbiamo tutti un segreto ma il corpo sa tutto, tutto.”

di Silvana Kühtz, è quel che si prova quando sappiamo bene quel che stiamo vivendo, il corpo ci parla sempre senza tanti complimenti, eppure non siamo sinceri con noi stessi, preferiamo crogiolarci nella paura.

La poesia ti dà questi guanti per schiaffeggiarci o per scaldarci le mani.

C’è bisogno di scialuppe, di ancore e urla.

Le parole sanno essere a volte quel tipo di materia.

Rosario Maltese

 

Del perché in molte lingue,”verso” e “senso” siano sinonimi.

C’è un modo, (uno solo? Non so), ma ce n’è uno buono, per unire la musica alla parola poetica.
L’ho visto produrre, organizzare ed esigere a Silvana Küntz il giorno che, a Cumiana io e Paolo Innarella e Susanna Crociani ci siamo agglutinati intorno ai versi suoi e di altri (ndr quel giorno quasi tutti inediti di SIlvana e una poesia di Marco).
Silvana conosce la differenza tra limite e frontiera, non sorveglia ma pretende che chi le sta intorno riconosca il limite sacro del verso e lo rispetti. Come tutte le sacerdotesse si avvale nello spazio rituale di un alter ego, una persona di cui si fida, che la protegga e guidi gli altri nel tempo giusto della libera improvvisazione: Susanna sa tutto. Conosce il segreto, sa che noi musicisti non dobbiamo suonare sottofondo al testo, ché il dire è bastante a definirne il contorno, conosce il tempo di tacere e porge spunti, liberi come lei.
Spesso si suona sotto la parola quando non ci si fida della sua forza; ma se si lascia fare alla dizione buona, una come quella di Silvana, che non suggerisce ma propone, allora non serve suonare “mentre”: quel mentre serve a darsi il tempo di essere toccati, di fare spazio, di rifornirsi di suono, di riconoscere dentro di sé la corda del pianto, quella della gioia, quella dell’orda e a darsi il “motivo” di suonarle.
Perché la poesia nega la “ragione”, che viene da “ratio” e consegna il “motivo”, che viene da “motus”, ed è solo con quest’ultimo che si può suonare in una esperienza intersoggettiva-toccante. Occorre ascoltare, è il lancinare dei versi a mettere in moto le mani e il canto ed a dargli, almeno provvisoriamente, un senso.


Massimo Carrano

Cumiana (To), Jazzit fest giugno 2016

Tatto Pelle Emozione Corpo Poesia

Tatto, contatto, sentire, percepire, sfiorare, toccare, ha avuto tatto…a quante altre espressioni possiamo pensare se pensiamo a questo senso? Come sarebbe la nostra vita senza? Non toccare c’è scritto in molti negozi, non toccare dicono alcune mamme ai pupi in visita dalla zia. Mi hai toccato lo diciamo anche per dire che mi hai emozionato, commosso, ispirato. Sentire è un verbo amplissimo, usato tanto per il tatto, che per l’udito, e per le emozioni, gli stati d’animo. Mi sento bene, sento quanto è morbida questa lana, non ti ho sentito…

Conosciamo la materia attraverso il tatto. La seta, il cotone, il lino, la lana hanno rappresentato per secoli i materiali più ambiti anche per la gradevolezza delle sensazioni registrate dal contatto. Anche il contatto con questo foglio, mentre stai leggendo, facilita forse il rapporto fra te e noi che scriviamo. Porre attenzione, o meglio ricominciare a porre attenzione al tocco, alle sensazioni che ci regala il tatto nelle azioni di tutti i giorni, è emozionante. Provaci se ti va.

“Un oggetto chiuso nella teca di un museo deve patire l’innaturale esistenza di un animale in uno zoo”, scrive Bruce Chatwin in Utz del 1988, “In ogni museo l’oggetto muore di soffocamento (…) mentre il possesso privato conferisce al proprietario il diritto e il bisogno di toccare. (…) il collezionista appassionato restituisce all’oggetto il tocco vivificante del suo artefice. In teoria, i musei dovrebbero essere saccheggiati ogni cinquant’anni e le loro collezioni tornare in circolazione.”

Peraltro, la pelle è il primo organo che si sviluppa, il tatto il primo senso ad essere attivo negli esseri umani. Infatti già a sette settimane di gestazione, quando il feto è lungo solo due centimetri, il senso del tatto è già formato.
Le recenti scoperte della neuroscienza ci dicono che qualsiasi cosa vediamo con gli occhi viene immediatamente tradotta dal nostro cervello in qualcosa che possiamo toccare, facendo scattare automaticamente una pianificazione simulata del movimento necessario a toccarla, e sensibilità tattile e visiva si fondono.

Per quanto molti scienziati e tecnologi stiano provando a riprodurre il senso del tatto nei robot e pare che siano già in circolazione alcuni videogiochi muniti di guanti con terminazioni che ci consentono pure di toccare le immagini virtuali dandoci sensazioni tattili reali, io, pur salutando le innovazioni con entusiasmo, condivido la semplicità e se vogliamo l’ovvietà espressa dalla poetessa Patrizia Cavalli:

 

È tutto così semplice,
sì era così semplice,
è tale l’evidenza
che quasi non ci credo.
 
A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.
(da Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi 2006)


Silvana Kuhtz

Già pubblicato nel foglio culturale FRAGILE

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